Mikael Akerfeldt degli Opeth di recente ha affermato che il movimento metal non si sta evolvendo abbastanza. Sei d'accordo con la sua presa di posizione?
Stai chiedendo alla persona sbagliata. Non me ne importa nulla del metal..
Eppure gli Anathema sono il simbolo di un'evoluzione che vi ha portato ad abbracciare influenze progressive e post rock dopo essere stati alfieri del death e del doom...
E' vero e siamo orgogliosi di quello che siamo adesso. In generale ci curiamo poco degli altri. Non è affatto per presunzione ma siamo concentrati sulla nostra proposta.
Quanto è difficile per una band come la vostra trovare il giusto equilibrio tra il desiderio di sperimentazione, l'evoluzione naturale dei musicisti che la compongono e le richieste di chi vi segue da venti anni?
In realtà è molto semplice. Non ascoltiamo nient'altro. Combattiamo tutto quello che potrebbe rappresentare un ostacolo alla nostra creatività. Quando le canzono vengono pubblicate allora diventano delle persone ma prima sono nostre e non c'è nessun riferimento ad altre band. Nessuna ingerenza dall'esterno, nessun trend o discorsi relativi al denaro.
Questo spiega anche il vostro rapporto speciale con i fans durante i concerti...
Cerchiamo una direzione emozionale unica. Senza di essa saremmo una band artificiale come se ne vedono tante in circolazione. Noi vogliamo essere autentici. Le persone ci riconoscono per le tipiche atmosfere nord-atlantiche di Liverpool così come per la nostra integrità.
A cosa si riferisce il titolo del nuovo album?
Alle persone che incontri durante la tua vita e hanno una orbita molto strana.
Ne hai conosciute molte?
Sì, soprattutto a Liverpool. Seguono la loro strada e se in tutti questi anni le loro orbite non si sono mai incontrate probabilmente non lo faranno mai. Siamo interessati al modo con cui lavora la nostra mente. Alcune persone si comportano male quando si imbattono in un evento strano ed invece stiamo parlando di individui unici, estremamente sinceri, che meritano il nostro amore ed un grande rispetto. Anche se essere così rappresenta una tragedia. Vorremmo passare più tempo con loro. 'Distant Satellites' simboleggia una serie di commenti su situazioni reali che li riguardano da vicino.
Quanto tempo avete impiegato a comporre e registrare il materiale?
Due settimane circa. Una l'abbiamo trascorsa in Portogallo ed è stato lì che abbiamo confrontato tutte le idee a cui avevamo lavorato nell'ultimo anno e mezzo. Abbozzi di canzoni sui quali John Douglas e Daniel Cardoso hanno aggiunto delle parti e che hanno permesso a Christer-André Cederberg di capire quale strada stavamo prendendo. Qualche mese più tardi siamo andati ad Oslo nello studio di quest'ultimo e da sedici canzoni ne abbiamo scelte dieci. Ironicamente 'Distant Satellites', il brano più fresco e sperimentale dal punto di vista sonoro, è il più vecchio. L'idea è nata ai tempi di 'Judgement'.
La mia preferita in assoluto è 'Dusk'. Faccio veramente fatica a trovare una canzone tanto emozionante nella vostra carriera...
Mi fa piacere Lorenzo. E' molto interessante quello che dici soprattutto alla luce di come si è sviluppata in studio. Abbiamo infatti provato tastiere differenti e nuovi spazi per la voce per poi tornare all'idea primordiale. A volte tentare altre strade serve per rendersi conto che la prima è la migliore. In ogni caso 'Distant Satellites' è un album ricco di improvvisazione. 'Ariel', per esempio, è nata in modo rapido così come le parti vocali di 'Anathema'. Alcune canzoni invece hanno avuto bisogno di più tempo per prendere forma.
Che visione hai di Oslo da una prospettiva di cittadino inglese che vive a Parigi?
Ho tanti amici in Norvegia e vivono quasi tutti nella capitale. Il festival è molto interessante ma noi eravamo lì nel mezzo dell'inverno. Niente luce, un freddo assassino e non potevamo fare nulla. Solo lavorare e basta. Per certi versi è stato utile perchè non c'erano distrazioni.
Il peso specifico di Christer-André Cederberg in questo album è sicuramente più elevato rispetto al precedente. Com'è il suo modo di lavorare?
Abbiamo scelto di lavorare nel suo studio per coinvolgerlo al massimo e non dovere spostarci continuamente. Possiede decine di compressori vintage e lavora con ProTools come se stesse guidando una navicella di altri tempi. E' bizzarro stare a guardarlo. Quando si occupa del mixaggio è veramente immerso nella performance. Alla fine della sessione ha dovuto operarsi alla schiena ed il chirurgo gli ha detto che avrebbe avuto bisogno di tre mesi di stop. Noi eravamo pronti a spostare l'uscita di 'Distant Satellites' a settembre ma non ha voluto. Si è preso solo cinque giorni di stop e poi ha finito. E' stato un vero eroe. Sono rimaste fuori due canzoni e per mixarle abbiamo pensato a Steven Wilson che è un vero maestro. Era libero e ci ha aiutato.
Cosa volevate cambiare dopo 'Weather Systems'?
Ci siamo resi conto che inserendo meno elementi nel mixaggio ognuno di essi poteva suonare più potente. 'Distant Satellites' è caratterizzato da meno layers e specialmente alle parti vocali e di batteria sono stati concessi più spazio e aria per respirare.
Mi sembra di capire che il processo compositivo è avvenuto anche stavolta separatamente..
Non ci vediamo per mesi e quindi registriamo da soli le idee che ci vengono in mente. Poi ci troviamo e valutiamo quello che abbiamo a disposizione. Soprattutto io e Danny scriviamo in continuazione.
E con Lee Douglas invece come lavorate? Le liriche nascono prima delle melodie?
Rispetto al passato lei è molto più presente in studio. Io, Danny e John siamo i principali songwriter ma gli altri sono liberi di fornire il loro contributo. A volte liriche e parti vocali nascono insieme, magari al pianoforte, ma è difficile trovare subito le parole giuste.
Ti ricordi l'ultima volta che ti sei sentito perduto?
Immagino che parli di 'The Lost Song'. Pensa che il titolo è stato scelto perché Danny aveva scritto questa base melodica da più di un anno ma una volta in studio non riusciva a ricordarsela. Ha passato due giorni in Portogallo a lavorare sul concept e sono nati tre brani. Non mi piace parlare troppo dei testi e credo che ognuno possa interpretarli come crede. 'Anathema' parla delle nostre speranze nella band. 'Dusk' invece descrive il comportamento di una persona afflitta da psicosi. L'ombra che invade la mente.
Come vi siete trovati nel tour americano con gli H.I.M.?
Molto bene. Sono dei bravi ragazzi e Ville è un buon amico della band. Contrariamente a quello che si possa pensare non è affatto egocentrico e pensa solamente alla musica. Hanno un pubblico interessante e per noi è stata un'opportunità di farci ascoltare in un mercato diverso. Abbiamo potuto verificare che c'è una grande richiesta da quelle parti e quindi qualcosa si sta muovendo.
(parole di Vincent Cavanagh)


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