
La cantante e performer cresciuta a Honk Kong si misura per la prima volta sulla lunga distanza, dopo l’ottimo riscontro ottenuto da ‘Plane Crash’, affidandosi per i suoni a Elia M, chitarrista innamorato dei Bauhaus e dell’industrial, e Paolo Pizzuto. Il gioco di parole del titolo è soltanto un assaggio della profonda ricerca multiculturale che ha spinto l’artista ad affrontare tematiche quali la fragilità interiore, il senso di smarrimento ed il riappropriarsi dell’identità, sotto diversi punti di vista. È palese che il ruolo della donna, non sono nell’arte ma nel mondo in generale, appare centrale e gli strumenti che l’artista utilizza per esprimere il suo pensiero sono numerosi. Oltre a permettere all’ascoltatore di avventurarsi in una serie di atmosfere noir, musicalmente Bonnie Li interpreta in modo originale la lezione impartita dalle icone anglosassoni del trip hop nella seconda metà degli anni ‘90, esibendo un cantato ipnotico ed una spiccata teatralità. ‘Particular Complexions’ ha il compito di introdurre nei meandri di ‘Wo Men’, gli arrangiamenti non sono mai superficiali e la scaletta è stata assemblata in maniera omogenea, tra retaggi della scuola elettronica berlinese e divagazioni nell’universo di David Lynch e Federico Fellini. Un crescendo caratterizzato da un’estetica dark pop, che dal vivo potrebbe risultare ancora più intrigante. ‘I Want You To Die’ riassume il mistero e la tensione nervosa che si celano dietro ad un esordio destinato a lasciare il segno ma anche ‘Black & White’ e ‘Décroche’ sono pezzi che mostrano una vocalità esuberante ed una maturità artistica di fronte alla quale è impossibile restare indifferenti.

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