
Dalla serie “guarda un po' chi si rivede”, ecco che spuntano nuovamente fuori dal mazzo i Lemonheads, band, o meglio, one – man band che ebbe un discreto successo nei primissimi anni novanta quando l’alternative dominava le classifiche di mezzo pianeta. La figura maxima, rappresentata dall’allora sex simbol Evan Dando (tralasciamo le sue storie gossipare e i tanti soprannomi che gli vennero affibbiati), ha sempre avuto la capacità di suonare un rock semi acustico, molto ben apprezzato soprattutto nei college, che gli ha consentito di ergersi in modo perentorio nel panorama rock americano di quegli anni. Ora, dopo un silenzio durato oltre un ventennio, riesce allo scoperto con “Love Chant”, un album, che nelle intenzioni, dovrebbe ripercorrere quanto di buono prodotto in passato. Abbiamo usato volutamente il condizionale, perché dopo ripetuti ascolti, l’impressione che ne deriva da questo prodotto è di insoddisfazione quasi totale. Dando, che ha anche cambiato il suo timbro vocale, non pare essere quello di una volta. Brani come “Confetti” o “It’S A Shame About Ray” sono, purtroppo, un lontanissimo ricordo se confrontati con quelli che troviamo in questo platter. Da “Deep End” sino a “Togetherness Is All I’M After” regna davvero un piattume unico, quasi senza precedenti e più passa il tempo e più uno spera che il disco termini immediatamente. L’unica eccezione viene fuori con la buona “Cell-Phone Blues”, che, però, non può, per forza di cose, far alzare il voto in pagella che rimane, chiaramente, basso. Dunque, si può parlare di un ritorno inatteso e deludente quello a firma dei Lemonheads che conferma come certe reunion o riproposizioni artistiche debbano avere un inizio e una fine. Riprendere in mano una macchina ferma da tantissimi anni, è quasi sempre sinonimo di imperizia e imprudenza ed Evan Dando ne è il più classico degli esempi da non seguire.


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