Novembre
Italia
Pubblicato il 23/12/2025 da Lorenzo Becciani

Ciao Carmelo, sono felice di poter parlare di nuovo con te. Ricordo bene che in una precedente intervista mi parlasti di come i Novembre abbiano bisogno di tempo per curare tutti i dettagli di un album, dal songwriting alla produzione, e che quindi sia normale che le uscite si dilatino nel tempo. Stavolta ci avete fatto attendere nove anni.. 
Le motivazioni sono molteplici. Ha inciso il cambio di line-up e soprattutto ha inciso il Covid, perché ad un certo punto mi sono detto che non avrebbe avuto senso pubblicare qualcosa senza sapere quando sarebbe finita realmente quella situazione. Scrivere un album richiede molta energia in generale, poi il tempo scorre senza nemmeno accorgersene. A livello compositivo ‘Words Of Indigo’ era già pronto nel 2024. L’ultimo anno lo abbiamo passato a registrarlo, mixarlo e curare gli ultimi aspetti.

Visto che hai parlato della line-up, qual è la differenza sostanziale tra questa line-up e quelle storiche che l’hanno preceduta? 
Devo dirti la verità. Non trovo tutta questa differenza se non nel fatto che, avendo due chitarristi, posso occuparmi solo del songwriting. In precedenza mi dividevo tra il cantare e il suonare la chitarra e inevitabilmente, pur occupandomi delle parti più semplici, alcuni passaggi venivano più sporchi mentre adesso questo problema non sussiste. Alessio Erriu è con noi da diversi anni mentre Federico Albanese da poco tempo. Entrambi sono dei professionisti ed il suono del nuovo album è più compatto.  

Vi seguo personalmente fin da ‘Wish I Could Dream It Again…’ e ho vissuto tutta la vostra evoluzione dal punto di vista professionale, visto che scrivo dalla prima metà degli anni novanta. Naturalmente ci sono degli album a cui sono più legato, come ‘Arte Novecento’ che adoro, ma ogni vostra uscita ha avuto un peso specifico importante nella discografia. Ti chiedo, in tutti questi anni c’è stato un momento in cui hai veramente pensato di aver raggiunto l’essenza di quello che i Novembre rappresentavano nella tua testa ad inizio carriera? 
Quando finisci di comporre, registrare e mixare un album hai sempre quella sensazione. É il tempo che ti mette davanti a delle imperfezioni, a qualcosa che avresti voluto cambiare. Diciamo che l’esame del tempo per me lo ha superato proprio il nostro debutto. A livello prettamente compositivo non cambierei nulla. Adesso la tecnologia mi permette di essere molto più severo con un pezzo e posso dirti che con ‘Words Of Indigo’ ho raggiunto veramente il massimo di quello che volevo ottenere.  

Dal punto di vista lirico, ‘Words Of Indigo’ è stato ispirato da qualche tema specifico oppure è nato da flussi di coscienza? 
Ogni pezzo ha la sua gestazione, ma nel complesso non dedico troppo tempo alla componente lirica. Non sono mai stato uno scrittore di testi in senso stretto. Mi sento più compositore di musica ed in seguito, quando un pezzo è definito quasi nella sua totalità, lascio che si crei una connessione libera e cerco di curare la bellezza dei versi. É il mood del pezzo a guidarmi.

Quando hai composto ‘Chiesa Dell’Alba’ e ‘Ipernotte’ qual era il mood? 
'Chiesa Dell'Alba' ha avuto una gestazione molto complessa. Doveva addirittura finire su 'Ursa', ma poi ho preferito non allungare troppo l'album. In questa versione è un pezzo più fluido, a dispetto della durata, e l'atmosfera mi ricorda quando da piccolissimo, i miei mi portavano alla Messa dell'Immacolata alle cinque del mattino. Era ancora buio, un misto fra sogno e realtà, tanto ero assonnato (ah ah..). 'Ipernotte' è pura musica.

Altri due pezzi che adoro sono ‘Neptunian Hearts’, forse quello che mi ha ricordato di più certe cose del passato, e ‘House Of Rain’ con Ann-Mari Edvardsen dei The 3rd And The Mortal.  
‘House Of Rain’ è nato da un riff portante con una melodia che si è armonizzata molto bene con la voce. E’ sofisticato e molto diverso dal nostro stile abituale e per questo ho pensato di contattare Ann-Mari. ‘Neptunian Hearts’ invece è meno chiaro nei miei ricordi. Il motivo principale è decisamente più classico e mi piace come si intrecciano le chitarre nel refrain iniziale.

Tra l’altro ho letto in un’altra intervista che secondo te il periodo dei The 3rd And The Mortal con Ann-Mari Edvardsen è il migliore. Piuttosto singolare visto che molti idolatrano Kari Rueslatten.  
‘Painting In Glass’ è ancora oggi il loro album che preferisco. È comunque una band che ho amato fin dagli esordi.

Questo è molto interessante. Ci sono dei gruppi che fanno da sempre parte delle tue influenze che ti hanno non dico tradito, ma comunque interessato meno a lungo andare? 
Bene o male hanno tutti portato avanti le loro cose con eccellenza. Alcuni li ho persi per un po’, come i Cathedral che erano troppo dediti agli anni settanta ma che di recente sono tornati a pubblicare materiale originale. I Paradise Lost, una volta capito che era il caso di mettere da parte le derive alla Depeche Mode, hanno pubblicato degli album di assoluto valore. L’ultimo mi è piaciuto tantissimo, ma anche i due che lo hanno preceduto. ‘Gothic’ rimane in ogni caso il capolavoro in carriera. Gli Anathema li ho un po’ persi mentre gli Opeth hanno di fatto seguito la passione sfrenata di Mikael per il prog. Quando ci abbiamo suonato insieme la discussione è sempre stata incentrata sul prog italiano degli anni settanta e quindi è normale che siano usciti certi dischi. Mi piace anche ricordare i Beyond Dawn ed i primi Darkthrone.

Li ascolti anche adesso che si sono spostati più sul classic metal? 
Per me il loro apice rimane ‘Soulside Journey’. Era una forma di metal estremo completamente nuova all’epoca.

Hai mai pensato di trasferirti all’estero? 
Non credo sia così semplice. Anche gruppi come i Lacuna Coil che sono spesso negli Stati Uniti e che suonano all’estero da tanti anni hanno sempre la base in Italia. Fuori casa è difficile ambientarsi, piantare nuove radici e integrarsi con la scena locale.  

In termini di produzione volevi cambiare qualcosa rispetto a ‘Ursa’? 
Sono molto soddisfatto del suono di ‘Ursa’ ed è uno dei dischi che ho nominato a Dan Swanö quando mi ha chiesto dei riferimenti. Ho chiesto poi che fosse tutto intellegibile e heavy.

Come ti trovi a lavorare con lui? 
Molto bene. Ha trovato questo equilibrio evitando di lavorare con le band in presenza. È una sua regola e credo funzioni bene perché impedisce problemi interpersonali. C’è stato uno scambio costante in questi mesi e il risultato finale è eccellente.

Come pensate di promuovere l’album? Con dei tour standard oppure con degli eventi più isolati nel tempo, un po’ come stanno facendo di recente i Death SS? 
No, l’idea è di organizzare dei tour standard. Stiamo fissando proprio in questi giorni delle date all’estero. Due le faremo in Turchia, a Istanbul e Ankara e sarà sicuramente un bel viaggio. A marzo poi avremo un tour di cinque date in Italia e ci auguriamo di aggiungerne altre in seguito. In scaletta porteremo quattro-cinque pezzi nuovi.

(parole di Carmelo Orlando) 

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