Il primo giorno del NorthSide non è solamente una manciata di concerti ed eventi. É il giorno in cui si rivedono tante persone care, giornalisti o fotografi con cui hai condiviso altre edizioni, il team che organizza il festival e si prende cura della stampa, qualche musicista con cui hai stretto rapporti particolari e anche amici che ogni anno prendono l’aereo o il bus per trascorrere il fine settimana nel parco di Eskelunden. Come al solito, mi sono alzato molto presto per essere al press check-in alle undici e potere scattare qualche fotografia dell’area. Quest’anno l’entrata è stata leggermente spostata ma lo spazio a disposizione del pubblico è rimasto invariato con due grandi palchi e uno più piccolo per le band minori, una tenda per i dj e gli incontri della comunità LGBTQ+ e il mitico padiglione dei Sideshow che stavolta ha visto il ring del glitter wrestling posto all’aperto tra giochi da tavolo, bizzarri artisti di strada e giocolieri e un altro minuscolo palco per esibizioni occasionali. Forse non dovrei nemmeno sottolinearlo, chi mi segue da anni può saltare senza problemi questo pezzo dell’articolo, ma sussiste una differenza abissale tra i festival stranieri e quelli italiani. Qui l’accoglienza viene prima di tutto, non ci sono token, non ci sono parcheggi che costano più delle felpe delle band, non c’è cibo di terza categoria o acqua a tre-quattro euro. Non esiste tutto questo. Semplicemente perché l’accoglienza viene prima di tutto. NorthSide è pensato per fare divertire le persone indipendentemente dalla musica. La sostenibilità è anch’essa al primo posto, come l’attenzione per la stampa con una press area che ci sogniamo dalle nostre parti. Il caffè nero è migliorato quest’anno quindi ne ho abusato nei momenti più difficili. Anche il cappuccino era discreto, non la brodaglia che si beve da Starbucks tanto per intenderci, e Michelle Priska e Nadia Kristensen mi hanno accolto con la stessa gentilezza di sempre.
Dal punto di vista artistico la manifestazione è partita subito col botto anzi, a dirla tutta, mi ha stupito vedere Elias Rønnenfelt suonare all’una del pomeriggio in apertura. È però consuetudine nei festival nordici programmare artisti di livello ad orari improbabili. Mi ricordo un concerto pazzesco degli Amorphis all’Ankkarock di Vanta, Helsinki sempre all’ora di pranzo con decine di migliaia di persone urlanti sotto una tempesta di pioggia. In ogni caso ero molto curioso di sentire come rendono dal vivo i brani solisti del frontman degli Iceage, appena tornati nei negozi con un nuovo album di cui leggerete presto la recensione. Non ricordo una partenza migliore per il festival. Non solo Elias Rønnenfelt ha saputo creare subito una connessione col proprio pubblico, nonostante imbracciasse una chitarra elettro-acustica ed i pezzi di ‘Speak Daggers’ non siano certo come quelli della sua band principale, ma ha mostrato la medesima onestà di poeta e punk che l’ha contraddistinto nella sua carriera. Ora come ora è più famoso all’estero che in Danimarca e la sua arte si è sposata bene con una temperatura ancora calda e le luci soffuse del Nova. ‘USA Baby’ e ‘Mona Lisa’ sono stati i pezzi più applauditi di un set in grande crescendo, che ha anticipato il concerto dei Kalaset, indie-pop band dai gusti alquanto commerciali che in terra danese sta facendo molto bene. Il loro sound è molto danzereccio, con invettive synth-pop non certo originali, e il motivo di maggiore interesse è Sisdel Due, backing vocalist e tastierista che ha catturato la scena col suo sguardo magnetico.
Mentre i Kayak annoiavano abbastanza al Luna, ho potuto scambiare alcune opinioni sul festival con addetti ai lavori e organizzatori. Poco dopo è arrivato il turno di CMAT. L’irlandese ha conquistato la comunità LGBTQ+ con il terzo lavoro in studio ‘Euro-Country’ e l’iniziale ‘The Jamie Oliver Petrol Station’ è stata cantata a squarciagola dai presenti. "Okay, don't be a bitch / The man's got kids, and they wouldn't like this". A metà show sono andato nella press area per prepararmi adeguatamente ai Big Thief, che hanno trovato un po' di pioggia ad attenderli. Con loro I Twilight Sad, che non ho potuto vedere perché in contemporanea ma che mi dicono abbiano ben figurato con i pezzi di ‘It’s The Long Goodbye’. Tornando ai Big Thief, la qualità della loro, musica è indubbia e anche l’ultimo full lenght, ‘Double Infinity’, ha riscosso grande successo in tutto il mondo. Adrianne Lenker non ha bisogno di trucco o vestiti alla moda per connettersi col pubblico. Indossa una felpa sgualcita e imbraccia la chitarra come Elliott Smith o Joni Mitchell e difficilmente sorride o si apre a qualcosa di differente dai propri testi. Anche Buck Meek è apparso in versione piuttosto dimessa mentre Joshua Crumbly e James Krivchenia compongono una sezione ritmica formidabile. Quando ‘Mr. Man’ e ‘Double Infinity’ hanno innalzato leggermente il ritmo si è subito capito il potenziale live del quartetto. Finché i ritmi rimangono quelli del folk vecchia maniera è chiaro che la performance sia meno adatta, ma non per questo meno interessante, in un evento di questo tipo. Non a caso tanti giovani si sono mossi in fretta verso il palco del Nova per assistere alle movenze da favola di Ashnikko. L’eccentrica artista originaria del North Carolina non sa ballare e canta poco; la sua musica è costituita solamente di basi eppure lo show funziona maledettamente bene. La rivelazione assoluta per questa prima giornata sono stati in ogni caso gli Aphaca. Ne avevo sentito parlare ma volevo valutarli dal vivo e devo ammettere che hanno parecchio talento. Sono più pop dei The Minds Of 99 ma potrebbero ripeterne il successo. Dopo il debutto di quattro anni fa, la band guidata da Rumle Hueg Kærså, gran voce e un sorriso capace di fare impazzire le ragazzine, ha aspettato il tempo necessario per avere undici tracce perfette in maniera da assestare il colpo giusto alle classifiche. Così nei mesi scorsi è uscito ‘Vild ungdom’, che in inglese si traduce in ‘Wild Youth’, e la hit ‘"En drøm om et menneske’ li ha portati in cima alla chart danese. Dal vivo hanno qualche momento morto, rallentamenti furbi e improvvise accelerazioni che sembrano nascondere influenze che vanno oltre l’indie pop tradizionale. Vedremo in futuro come si evolveranno, ma di sicuro sono una bella promessa.
Il Nova ha poi aperto di nuovo i battenti per i leggendari Primal Scream e il loro rock venato di psichedelia ed elettronica analogica. Un Bobby Gillepsie in forma strepitosa è salito sul palco intonando ‘Movin’ Up' senza che partisse la band. E' stato sufficiente perché il pubblico perdesse subito il controllo e il concerto degli scozzesi è stato micidiale. ‘Don’t Fight It Feel It' e ‘Jailbird’ hanno scaldato l'attesa di pezzi roventi come ‘Love Insurrection’ o 'I'm Losing More Than I'll Ever Have', che raccontano molto la storia di questa band che ha saputo unire le sue radici rock n' roll con musica dance e elettronica. ‘Swastika Eyes’ e ‘Come Together’ hanno serrato le fila mentre gli Empire Of The Sun, duo australiano che ha preso il nome dall'omonimo romanzo di J. G. Ballard, tingevano di ironia e synth pop l'area di fronte all'Astra. Il loro è stato un set clamoroso. Questi sono i gruppi da festival. Luke Steele degli Sleepy Jackson e Nick Littlemore dei Pnau hanno creato un concept credibile e divertente ed i pezzi di ‘Ask That God’ sono perfetti per scatenare le folle ed essere accompagnati da un impianto scenico da primi della classe. Niente di meglio prima che Peggy Gou, la celebre stilista e produttrice discografica sudcoreana chiudesse la serata a suon di deep house e trance. Ottima la scelta di piazzare tre dj o comunque act dance alla fine delle serate ma avrei preferito anche una selezione migliore durante il giorno. Qualche anno fa c’era un set dedicato agli amanti della techno e secondo me sarebbe da riproporre, magari un po’ più isolato rispetto agli altri palchi.
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