Tons Of Rock - Saturday

L’ultimo giorno di Tons Of Rock è stato in assoluto il più divertente per chi scrive. Il motivo è molto semplice. Avevo una promessa in ballo con gli You Know Who e l’ho mantenuta. Sono la migliore scandi-rock band del momento, tanto che il festival ha usato ‘Grip It And Rip It’ per il video recap di questa edizione, e si sono fatti più di venticinque ore di bus per venire a suonare a Serravalle Rock. E che concerto! L’anno scorso avevo quindi promesso loro che sarei andato a vederli in Norvegia e così non ho perso mezzo secondo della loro esibizione folgorante allo Storm Stage, pieno zeppo di gentaglia del Turbojugend, e sono stati insieme a loro sia nella press area che durante il concerto dei Limp Bizkit. Un’altra band che mi ero ripromesso di vedere i Norvegia erano i Blood Red Throne e anche questo sogno si è avverato, ma andiamo per ordine. Ad aprire le danze è toccato ai Pain di Peter Tägtgren. Amo gli Hypocrisy e devo ammettere che mi è dispiaciuto molto che abbia litigato con Till Lindemann. I Pain sono in ogni caso una garanzia nei festival. Suono potente, melodie facili da memorizzare e da cantare, influenze industrial ma anche alternative metal in grado di accontentare un po’ tutti. Oltre al leader, la line-up è sorprendentemente solida. Alla batteria siede il figlio Sebastian, davvero bravo, al basso troviamo Jonathan Olsson dei Dynazty mentre l’altro chitarrista è Sebastian Svalland, adesso nei Katatonia e prima negli In Mourning. Dopo ‘Same Old Song’, chiamata a riscaldare l’arena e coinvolgere fin da subito i già numerosi presenti, i pezzi più applauditi sono stati ‘Don’t Wake The Dead’ e ‘Party In My Head’. La prima rivelazione della giornata sono stati gli Slay Squad, truppa di colore quanto mai agguerrita e pronta a spaccare tutto al Moonlight. Problemi di sicurezza fin dalle prime ore del pomeriggio quindi e qualche problema anche per noi fotografi che siamo stati invitati ad uscire dal pit quasi subito a causa del mosh pit. Dalle tre alle cinque sono stato letteralmente rapito da tre set epici ovvero Black Label Society, Gaerea e Sepultura. Sui primi c’è poco da dire. Zakk Wylde sa benissimo come intrattenere la sua gente e Will Hunt si è rivelato una batterista migliore di quello che forse sapevamo. ‘No More Tears’ è sempre ‘No More Tears’. Funzionerebbe in qualsiasi posto ed in qualsiasi momento. Figuriamoci ad un festival in Scandinavia con cinquanta mila persone. Anche ‘Shotgun Messiah’ e ‘Stillborn’ hanno dimostrato che c’è ancora spazio per la band dell’ex-chitarrista di Ozzy Osbourne. Dei Gaerea vi ho parlato fin dall’inizio della loro avventura e adesso sono molto cambiati dalle grezze origini. I riff sono ancora glaciali ma le parti vocali hanno intrapreso una direzione differente con l’influenza diretta degli Sleep Token e in generale un’estetica più accessibile. In questa maniera il pubblico si è allargato ancora di più. Magari non piacereranno ai fan più oltranzisti ma tecnicamente sono superbi. Dei Sepultura dico una cosa che ho pensato mentre Derrick Green salutava dallo Scream Stage. Se penso ai Korn o comunque alle mie band preferite penso che vorrei che smettessero all’apice del loro percorso e così stanno facendo i Sepultura. Hanno trascorso indenni decenni di metal estremo, tour, cambi di line-up anche drastici, difficoltà e soddisfazioni incredibili. Lasciano così come li ho conosciuti ascoltando ‘Arise’ o ‘Chaos A.D.’, da cui è stata ripresa ‘Territory’. Della setlist ho goduto anche di ‘Escape To The Void’, da un altro capolavoro estremo come ‘Schizophrenia’, ‘Refuse/Resist’ e naturalmente ‘Roots Bloody Roots’.


 

Degli You Know Who parlerò in fondo perché meritano un capitolo a parte. Un salto al Moonlight per vedere gli ultimi venti minuti di set dei tiratissimi Gatecreeper e poi è arrivato il momento dei Leprous. Ero molto curioso di vederli dal vivo perché mi era capitato solo una volta in passato e quando la band guidata da Einar Solberg era solo agli inizi. Adesso lo show è molto strutturato, il suono delle chitarre parecchio contaminato con synth e tastiere e in scaletta si passa da parti melodiche, con falsetto e arrangiamenti orchestrali-cinematici, ad altre in cui emergono le influenze djent-prog metal e l’aggressività diventa padrona. Oltre al leader, Baard Kolstad è un eccellente batterista e parecchie delle dinamiche del concerto sono guidate da dietro le pelli. Gli Accept hanno sostituito i W.A.S.P. con il loro hard & heavy teutonico che raccoglie ancora consensi, sebbene Mark Tornillo e Wolf Hoffmann non siano più dei ragazzini. Scattate le foto mi sono precipitato al Moonlight dove andavano in scena i Blood Red Throne. Se amate il death metal e volete comprendere a fondo cosa sia il death metal norvegese, questa è la band che dovete ascoltare. Sindre Wathne Johnsen, pure nei Celestial Scourge, è il frontman perfetto per una formazione che l’ ex-Satyricon Daniel "Død" Olaisen – irresistibile in ‘Vermicular Heritage’ - ha saputo modellare secondo i propri principi che si basano sul meglio della scena underground estrema. Gli ultimi due lavori in studio ‘Nonagon’ e ‘Siltskin’ sono da paura e finalmente ho avuto l’opportunità di testare dal vivo tanta bravura.


 

Ero curioso di vedere Baphy, ma sinceramente non mi è piaciuta per niente. Da rivedere quando il progetto avrà un’identità. Un’identità ben precisa e fortissima l’hanno invece gli A Perfect Circle, letteralmente mostruosi anche in terra norvegese. Maynard, rivolto verso il pubblico, è partito molto piano tanto che durante il primo pezzo ho pensato potesse essere sotto tono o avere qualche problema. A partire dalla fine di ‘The Package’ e proseguendo con le spaziali ‘Weak And Powerless’ e ‘Disillusioned’ è stato capace di trasportare i cinquanta mila presenti in un’altra dimensione. Voce da bridivi (‘3 Libras’), produzione impeccabile, suoni perfetti e uno show che è cresciuto ulteriormente rispetto a quello dei tour precedenti e che ‘Judith’ ha chiuso a meraviglia. Al Moonlight invece la chiusura è spettata ai Death To All, il progetto messo in piedi da Gene Hoglan e Steve DiGiorgio.


 

Grande conclusione poi con i Limp Bizkit, A dispetto della scomparsa di Sam Rivers, sostituito alla perfezione da Ritchie Buxton, gli americani hanno messo in piedi uno spettacolo gigantesco, spassoso, ricco di citazioni – dai Ministry di ‘Thieves’ ai Metallica di ‘Master Of Puppets’ – e caratterizzato dalla forma smagliante sia di Fred Durst che di Wes Borland. Il problema è stato per la sicurezza perché già da ‘Just Like This’ e ‘Break Stuff’ il pogo è stato infernale e la situazione non è migliorata nei minuti seguenti. Spettacolari pure le versioni di ‘Gold Cobra’, a riprova che forse quel disco poi così male non era, e ‘Take A Look Around’. Il concerto l’ho visto con i ragazzi degli You Know Who, che l’anno scorso si erano esibiti per la prima volta in Italia a Serravalle Rock. Per farlo avevano viaggiato più di ventiquattro ore su un bus da Stavanger a Serravalle Pistoiese, in provincia di Pistoia, e avevo promesso loro che avrei ricambiato andando a vederli in Norvegia. Promessa ricambiata e concerto pauroso allo Storm Stage, pieno zeppo di ragazzi del Turbojugend, il fanclub dei Turbonegro che da queste parti ha un seguito folle. Il set è iniziato con ‘Cheat Codes’, per scrive il singolo del 2025 e il simbolo di un certo modo di vedere il rock. Lo stile degli You Know Who è potente, sguaiato, old school ma mai nostalgico. Spaccano e lo fanno sul serio, a suon di batteria, basso e chitarra. Al microfono poi Sigvart Waage è qualcosa di incredibile. Voluminoso e travolgente come nella migliore tradizione dello Scandi-rock. Non a caso ‘Grip It And Rip’, tra i pezzi più assurdi della scaletta assieme a ‘High School’ e ‘She’s A 10 (But She Doesn’t Like Turbo)’, è stata scelta dall’organizzazione del Tons Of Rock come tema per il video di recap del festival. Eccezionali. Tutto il resto non conta. 


 

Di seguito gli altri report:

 

https://suffissocore.com/site/scspecial/154/tons-of-rock-intro

 

https://suffissocore.com/site/scspecial/156/tons-of-rock-thursday

 

https://suffissocore.com/site/scspecial/157/tons-of-rock-friday